martedì 7 ottobre 2008

Due cechi rifugiati dentro a una speranza



Arabath stanco d'usura e di calura imposta, camminava incerto fra le dune. Soffi colmi di granelli fini da riempire l'incavo degli occhi. Non ha pietà il deserto quando accarezza.

“C'è sempre un orizzonte da guardare ovunque volti la tua mente” esordì Arabath da dietro il velo del turbante.

“C'è sempre un cielo che la notte guida il tuo cammino, ovunque leggi tra le stelle” rispose timido Kahil, quasi a convincere se stesso, contro la sua paura.

“Si, però la notte arriva sempre tardi se l'acqua è un cinico miraggio..”

Arabath aveva ragione.

Il giorno era ancora molto lungo e l'acqua era solo quella fra le labbra.

“Allora spiega perchè questa direzione, perchè di qua, se ha un senso poi, tracciare un solco tra le sabbia che sposta ad ogni vento, fare dei passi inutili, senza certezza alcuna.. perchè Arabath?”

“Per non dormire. La veglia aiuta il corpo nella lotta contro l'aridità che avanza. Siamo dei cechi rifugiati dentro una speranza..”

“Speranza di che cosa?” disse Kahil “Non vedi che qua intorno non c'è nulla oltre le dune?”

“Non vedi nulla che il sole non abbia già abbronzato, sfiorito, inaridito e ucciso, questo è più che vero, ed è la cosa si stende sui tuoi occhi, ma.. non vedi che tra tante direzioni, alcune sono giuste, e portano diritte verso un'oasi o ad un porto?”

“Sciocchezze” disse Kahil “Non vedo nulla.. distinguere una pista è un utopia”

“Cammina e segui la speranza” rispose Arabath “la pista che ora scorre sotto i nostri piedi è piena di speranza, forse è sbagliata, magari è giusta, ma è certo che è vestita di speranza, e i sarti siamo noi col nostro desiderio di salvezza”

“Verrà la notte” continuo Arabath “e troverà le nostre gambe stanche, le nostre labbra secche per l'arsura, ma il nostro cuore pronto alla lettura, girato sulle stelle a calcolare il giusto orientamento per una conversione al porto più vicino, sarai contento allora di aver sperato ancora..”

“Parlare stanca” disse Kahil “conservo le mie forze per sperare..”

Intanto il sole perdeva le sue spire..

e l'imbrunire, spianando le sue ombre,

insieme ad Arabath, gli sorrideva..


venerdì 26 settembre 2008

Sento il cuore piovere



Mi senti piovere?

Rasserenati..

E' solo il tempo..


Per me

che abito dall'altra parte del cuore

non è facile spiegare le cose..


Il luccichìo pendente

della luna corrugato sulla fronte

con le lacrime accigliate

e i baci stretti

chiusi in un cartone impolverato.


Non è facile spiegare..


Provo a disegnare con le frasi

il cuore che si ferma

il cuore che sorpreso si riavvia

il cuore che risponde alle domande

irrigidito..


Per me

che abito dall'altra parte della fronte

conviene vivere in silenzio

senza rumori nella gola

intriso e incerto

le mani al pianoforte

e il cuore altrove..




Life is not a videoclip


Somewhere you voglia andare, sarai sempre una solitary soul. You dont find easly pace, allegria e pienezza, ed an empty feeling troverà invece il tuo cuore like una accogliente homepage.
Sure you vorrai guidare your life verso ciò che you feel like your regal dream, ma inutilmente.
Life is not a videoclip e i titoli di coda arrivano inattesi, compaiono dal fondo, deep from your frightening certezza of your end.
Non credere allo scadere del tempo, don’t look at clock’s sound, sia nel passato, sia nel futuro, come a real time. Guarda your present, il tuo “presente presente” e respira oggi, ricordando di respirare. Take your soul here, non farla mai volare via verso un oscuro futuro e non legarla ad un past just past. La vita non è un video, non si svolge, non ha una sigla, né un ritornello prefissato, non è sincronizzata with your desire.
Se esiste un Dio nella tua vita, abbraccialo. Perché un Creatore o l’Idea di un creatore sono una luce che sconvolge tutto ciò che prima ho scritto. La vita diviene come innervata in the universe, in his past, in is present, in his future. Ha un senso più grande, e grandemente distraente dal baratro che rappresenterebbe il not-to-be finale. Non cercare altrove una musica che non c’è, se tu fossi sordo la musica non avrebbe importanza, potrebbe suonare senza di te e tu esistere senza di lei.
Se Dio c’è è come la musica per le tue orecchie. Se le tue orecchie sono capaci di ascoltare Dio avrà senso, vita, parole, pienezza, presente, carezza. Se le tue orecchie sono sorde, se i timpani non vibrano, sarai Ateo, senza Dio, senza musica, solo.
Però esisti.
Anche sordo, senza Dio, esisti.
Non distrarti allora dal presente te, guardati e fermati in tua compagnia, fatti da padre e da Dio, sii la sua proiezione.
Considera gli altri come altri te che ti accompagnano, segnali nel tuo presente e abbracciali. Sii per loro una proiezione di Dio, fermati in loro compagnia nel presente.
Nessuno ti ricorderà a lungo, e se lo farà, prima o poi non potrà più. Solo Dio è la tua speranza di vita. Altrimenti è tutto consegnato alla debole ed ignota probabilità che il mistero dell’universo contenga la tua essenza da qualche parte, ed abbia nostalgia del tuo te di ora.
Sei felice ora?
Vorresti essere come ora per sempre?
Vorresti essere richiamato dal not-to-be to a neverendig life, like now in his limited layout?
Non lo sai.
Non importa nemmeno saperlo.
Se Dio non c’è, tutto ciò è un inutile mistero da scorrere e consumare, certi che il nastro finirà senza grandi drammi per il resto del circondario.
Se Dio c’è.. beh.. sei il centro dell’Universo pensato per te.. entri nel turbinio delle forze in gioco e sei importante nonostante le tue ridicole dimensioni, tanto quanto l’atomo della bomba atomica ad Hiroscima. You, exploding, influenzi un bel po’ di mondo, tu, unito o scisso fai molta differenza dalle tue parti, nel tuo tempo, nel tuo spazio.
Vivi come se la vita fosse un video, ma sii protagonista, lasciati accompagnare da Dio, senza chiederti se esista, tacitamente lasciandolo vivo, ricordandoti di accettare di esserlo prima tu.
La vita non è un video, right, but you are actor and paying spectator. Than, remember you to applaud in time, before you must to leave untamed the last scene..
Life is not a videoclip, è vero, ma sei già attore e pubblico pagante. Ricordati quindi di applaudire in tempo, prima di dover lasciare indomito l’ultima scena..

martedì 23 settembre 2008

Caldarroste e scaldacuori


Settembre colpito da una febbre concessa a pochi, una distinzione latente dagli altri mesi più giulivi o più decisi. Settembre detto il nero, il terrorista, il triste, che non serve a cambiare le cose e le persone, come canta Graziani.

Settembre non è l’ideale per gli incontri d’amore. Agosto e le sue follie sono troppo vicine e l’inverno come la primavera tardano arrivare e stabilizzarsi dentro l’anima. Ma ogni settembre nascono storie già impallidite dal clima, meno di quelle che si chiudono in fretta coscienti che i giorni di sole d’estate hanno abbagliato i sogni e le voglie di essere “insieme”.

La storia era nata così, tra un clima di fine e un inizio acerbato di giorni spaesati, passeggiando in un parco infogliato, vicino al laghetto finto, delimitato da piccoli bordi di roccia finti, dove abitavano cigni veri e tanto belli da sembrare finti anch’essi insieme al loro piccolo mondo.

Irma la dolce, un nome raro ed un suffisso ereditato da Irma più nota, così come gli amici solevano prenderla in giro per sottolineare la sua pacata espressione di fronte alle storture di un’esistenza dura e malvagia che la vita le aveva riservato. Forse era meglio Irma la triste, ma Irma taceva e non si opponeva a quell’unico attributo positivo dell’animo, che le consentiva di illudersi sulla propria tristezza per tramutarla in dolcezza, pur sapendo che tutto ciò era più finto del laghetto che le bagnava i piedi.

Piegando la testa verso il cielo beveva le poche gocce di pioggia che riusciva ad afferrare e sorrideva ad occhi chiusi, contenta ed illusa ancora di aver mangiato cielo a colazione.

Gaudio era rapito da quell’immagine e la osservava a pochi passi, attento a non disturbare quel quadro a quattro dimensioni, lasciando continuare fino al proprio cuore tutta l’emozione che provava, rimanendo seduto accovacciato in una quinta dimensione d’estasi e desiderio.

Come ogni giorno di Settembre era lì vicino al parco a lavorare, con le castagne al fuoco ancora non del tutto pronte per i coni deboli di carta, per i sorrisi degli avventori avidi di caldarroste e di scaldacuori. Così le chiamava: “scaldacuori”. L’aveva scritto rimarcato sull’insegna del proprio carrettino e su ogni foglio a mano, con una matita nemmeno colorata, eppure con una grazia piena di allegria. E convinceva.

Il pirellone era strapieno di geni del marketing surclassati da un’idea così semplice e azzeccata. Anche loro, con le cravatte ancora strette, scendevano a comprare scaldacuori per i loro bimbi (e un po‘ per sé stessi), prima di risalire verso casa ai bordi di una città e di un’esistenza vuota ma ben programmata.

Gaudio non s’era mai posto il problema di un incremento di fatturato, gli bastava il profumo delle caldarroste e a quello attribuiva il suo successo. Offrire castagne era il suo lavoro da Settembre fino a quando la materia prima permetteva. Anche “offrire” se stesso era importante e in quel momento sapeva che lo sarebbe stato fino a quando la materia prima permetteva. E quello era il momento ideale, il giorno ideale in un mese ideale.

- Signorina Irma?

- Ah, Gaudio… sei tu.. Perdonami, ero sovrapensiero..

- Posso?

- Si che puoi, sei sempre gentile, grazie.. Sono così profumate..

- Meglio delle rose.. Sono scaldacuori.. I più belli del mio carretto..

- Lo so, Gaudio, lo so.. Me lo ripeti ogni giorno da quando ci siamo incontrati..

- Che volete, la qualità dell’offerta non cambia.. Ed anche i miei sentimenti..

- Sei dolce Gaudio, più delle tue castagne.. Sai già la risposta..

- Sapete anche allora quanto io sia tenace, e quanto vorrei che diceste ciò che io bramo..

- Un uomo d’altri tempi..

- Il tempo passa Irma..

- Il tempo è passato, Gaudio..

Le mani di Irma vanno a cercare la treccia legata in un giro in cima alla testa, sciogliendo al ritorno un lungo sensuale cascare di fili d’argento.

Le mani di Gaudio si sfregano sopra la giacca di lana e poi intimidite accarezzano quasi sfiorando la chioma di Irma.

Si toccano gli occhi, sospirano entrambi, si guardano a lungo, si danno la mano, si avviano insieme, spostando il carretto per un’altra città..

- Irma, la dolce mia sposa..

- Ho già sessant’anni, mio Gaudio..

- Fra un po’ mi sorpassi, mia gioia..

- Mi passi le scarpe?

- Prendete le mie, mia regina, non fa così freddo a Settembre vicino le mie caldarroste..

- Ti sbagli mio amore.. Non farà mai freddo, vicino all’incanto e al profumo dei tuoi scaldacuori…

Un bacio.

Un sorriso.

Settembre riprende a girare nel parco, contento di esser più dolce, di avere più gaudio, e annusa nell’aria l’incenso di quel carettino che ha dato colore al suo stare, tra agosto ed ottobre, ripieno di foglie a colori e storie d’amore mai stanche degli anni, mai stanche dei versi, mai stanche di freddo e dolori, e piene e felici di semplici rose marroni bruciate, capelli d’argento e scarpe indossate un po’ a turno, come pegno d’amore e presenza cosciente dell’indissolubile “ricevere e dare“.

lunedì 22 settembre 2008


USCIRE
Imperativo presente del verbo vivere all'aria APERTA

APERTA
Aggettivo qualificativo dell'accoglienza e dell'andare verso l'altro e versol'ALTO

ALTO
Avverbio di direzione dell'anima. Non si può volare verso il basso, essendo già in discesa perenne, plananti come alianti senza motore, che hanno bisogno del vento per risollevarsi e delle ali disponibili ed aperte per lasciarsi trasportare dalla CORRENTE

CORRENTE
Sostantivo elettrico o avverbio di tempo presente o aggettivo di gazzella davanti ad un leone o negativo dell'acqua stagnante o sostantivo qualificativo di un conto bancario

Per quante definizioni passerà ancora la nostra testa, prima di accorgersi che è viva?

RICOMINCIARE

Daccapo. Dai. Vai al primo rigo... USCIRE..

...

... Già finito? Quante volte hai riletto? Ora chiudi e vedi di USCIRE.

Anche a porte chiuse, ma ESCI.

sabato 20 settembre 2008

Ma pronto il cuore a spalancare ali e libertà..


Verba alterghe

L’unica ragione si nasconde in un sussulto della lingua

Schioccano le corde, quelle vocali e stanche,

Dicono cose grandi, cose banali, cose mai pensate o dette

Per scuotere la tela che si stende in fondo alle pupille

Capovolta e capoversa

Piena di colori falsi e false verità

Piena di ombre e luci ruvide o spianate

In cui s’inciampa o scivola con l’anima turbata

Tu sei seduto accanto alla finestra

La tenda che ti copre dai bagliori arancio del mattino

Lo sguardo che ti filtra dalle tende cose amare

E lascia che tu pensi solo al bello della strada.

Gli ombrelli colorati che passano da soli,

le auto in sosta, piccole e ordinate contro il muro,

i cani che si attaccano alle ruote ed urlano di rabbia,

guardiani di un confine senza cartelli o fiumi, o rovi.

Tu pensi alle tue dita appese alle persiane semichiuse

A come sono belle le tue mani tra le strisce alterne della luce

Al brivido di freddo che versa sulle nocche i suoi respiri

Al brivido di freddo che versa sul tuo cuore solitario

Ti vedo accanto alle tue estreme voglie di ripresa

Ti vedo quasi immobile ma teso in posizione di partenza

Lo sguardo fisso sui fili delle tende e alle maniglie delle persiane inermi

Ti vedo inerme ma pronto il cuore a spalancare ali e libertà

Le verba sono alterghe,

ti guardo dal vetro dello specchio sullo specchio,

e ti confondo io, e mi confondi tu con me seduti entrambi,

con la finestra chiusa in cerca delle nostre mani..

Ci vedo inermi,

arrampicati sugli specchi e dietro ai vetri,

ma pronto il cuore a spalancare ali e libertà..

è pronto il cuore,

il nostro,

a spalancare ali e libertà..

venerdì 19 settembre 2008

Coffe Dream


Il giorno, quello che spunta dalle nostre palpebre ancora semichiuse al mattino, nasce già pieno d'incubi o di sogni. Io mi domando spesso cosa sia: inizia lì la vita o riprendo un sogno interrotto appena toccato il cuscino?

Quesito marzullante...ed anche inutile..

I respiri si rincorrono così in fretta che non c'è tempo per pensare. La barba incolta mi conferma che lo scorrere del tempo è da questa parte dell'oniricum.

Di là infatti non ho mai trovato uno specchio incolto, nè un dentifricio da consumare. Tutto è già pronto e caotico da subito, non c'è preparazione, nè mascheramenti estetici (non mi pettino, non mi lavo, non mi sbarbo, non mi metto le lentine), nè tantomeno ho bisogno di togliermi il pigiama grigio/bordeau (che mi piace tanto, colori a parte, con la scritta "goodnight" stampigliata al petto).

Mi sveglio con le note di Sting ogni mattina, il brano è "Shapes of my heart". Il telefonino inizia piano, a basso volume, poi insiste quando lascia spazio al "pungiglione" che canta. Di solito lo fermo solo quando ha finito la prima strofa, per rispetto suo e pigrizia mia.

Sto pensando seriamente di cambiare.

Non io, di cambiare suoneria.

Avevo pensato a Pino Daniele, con "Pigro". Le parole sono concilianti e la musica non è traumatica per il risveglio di un leone ardente.

"Resto.. resto a letto.. mentre sento già l'odore del caffè.. ho tante cose da fare, ma non mi importa niente..."

Bella, no?

Mi sono perso? dov'ero?

Si, già: il risveglio.

In realtà la prima cosa che faccio al risveglio è il caffè. Lo faccio ad occhi ancora chiusi, tra una luce filtrata dalla tapparella e la successiva. Di solito sono strisce rosse/arancio e fuori è l'alba. Bastano appena per distinguere il caffè dallo zucchero (anche se non è raro ritrovarmi a svuotare il filtro pieno di caffè bianco, luccicante, granuloso e dolcissimo, troppo dolcissimo. Zucchero appunto).

Come faccio il caffè?

Lo racconto a tutti, sempre, ogni volta che si parla di caffè:

Ho imparato da una nonnina napoletana, in realtà era la nonnina di una mia Ex (brrr.. che brutto appellativo "Ex", lo odio).

Lei mi diceva che quando si fa il caffè “chello viene abbuono se cuont’ e fattarielle”, e giù storielle a non finire.. forse era una scusa per tenermi lì ad ascoltare. A me piace ascoltare. L’idillio con la nonnina durò infatti più a lungo che con la mia “Ex”.

Stop ai ricordi.

Prendo la caffettiera, una moka classica, senza estetismi insensati e fuori luogo: deve solo fare bene il caffè.

La lavo bene e tolgo tutti i residui che possono essere vicino alla guarnizione di gomma, imperdonabili responsabili di sapori bruciati e fuoriuscite di caffè dai fianchi della moka.

Questa è l’operazione più seccante.

Poi riempio la sudditanea della moka di acqua del rubinetto (il cloro è importante, sarebbe meglio acqua di Napoli, ma non si può avere tutto dal Comune, e a volte non serve nemmeno essere residente a Napoli, anzi.. comunque tutto il Sud è paese)

La riempio fino all’orlo, poi metto il filtro vuoto, poi lo tolgo e faccio fuoriuscire l’acqua eccedente, in modo che il livello dell’acqua non superi il filtro, se non basta tolgo il filtro e lo rimetto.

Quando vedo che dal filtro non emerge più l’acqua (a meno che non piego la sudditanea) metto il caffè. Di solito tre cucchiaini. Senza pressare, solo depositare. Lo faccio sostenendo il collo della moka abbracciandolo con l’indice ed il pollice, in modo da allungare le pareti del filtro. Il caffè deve fare una leggera collina fuori dal limite filtro, come se fosse la somma virtuale di una sfera che arriva fino al fondo della moka (che visione copernicana..). L’importante è che, rilasciando indice e pollice dall’abbraccio, non cada caffè all’esterno (per carità! Il caffè sulle guide della chiusura è terribile come i residui sulla guarnizione..).

Se è rimasto caffè all’esterno delle guide lo ripulisco con l’indice.

Quando le guide sono pulite metto la parte superiore della moka, avendo cura di averla ben asciugata all’interno (le goccioline di acqua rimaste all’interno dopo il lavaggio “fanno eliminaten immediatamenten” perchè rendono acquose le prime gocce di caffè e rendono acquoso anche il gusto del caffè, “vade retro!”).

Avvito bene la moka. La avvito ancora. Bene. Stretta. Con forza, passione, cura. Aiutandomi con un panno da cucina umido magari. L’importante è che sia BEN CHIUSA.

Se la moka non è chiusa bene, addio caffè, oltretutto si sporca la cucina…

Accendo il fuoco (altrimenti dovrei aspettare per giorni inutilmente), lascio il coperchio della moka aperto e la fiamma al minimo.

Attendo. Attendo. Attendo.

E’ il momento dell’attesa. Tutto si ferma, è il momento della contemplazione.

Fisso la moka oltre la moka e penso.

Qui le variabili sono molte, non c’è routine, semmai il contrario.

A volte prego, il più delle volte penso.

Se sono in ritardo il mio animale sfrutta invece il tempo per andare in bagno e tornare.

“..ma l’animale che mi porto dentro, si prende tutto, anche il caffè, mi rende schiavo delle mie emozioni… e non si arrende mai, e non sa perdere, e l’animale che mi porto dentro vuole te..”

(E’ Battiato. Mi viene sempre in mente quando non penso durante il caffè)

Il tempo medio medio dell’attesa è circa tre minuti.

Prima dell’approssimarsi della fuoriuscita delle prime gocce, prendo una tazzina e la riempio con tre cucchiaini di zucchero e comincio a girare lo zucchero macinandolo ai lati, come a renderlo più fine.

Quando escono le prime goccioline di caffè chiudo il coperchio e verso un po’ di gocce nello zucchero, in modo da ottenere una cremina morbida, e densa di colore chiaro.

E’ importante definire la quantità di primegocce da versare, ed importante è che siano le prime, altrimenti passate quelle, addio cremina…

Ormai so fare tutto anche senza pensare, compreso il dosaggio, anzi, stranamente, meno ci penso meglio viene la cremina.

Istinto?

La cremina si ottiene girando sempre dallo stesso verso, schiacciando con la parte tonda del cucchiaino sulla parete della tazza che va tenuta di traverso, non dritta, ma quasi orizzontale.

Ho un leggero callo al lato dell’indice destro, nel punto in cui tocca il manico del cucchiaino, quasi simile a quelli che ho sulle dita della mano sinistra per via delle corde della chitarra.

Mi ricorda che anche fare il caffè è un arte.

Infatti riesco a intuire l’eiaculazione delle prime gocce qualche secondo prima attraverso la musica dell’ebollizione, come un movimento musicale di preludio sinfonico.

Prima che il caffè esca del tutto, verso un goccio di caffé “mezzano” per diluire la cremina ottenuta e ottenere invece una specie di crema più alta e “spumosa”, infine verso lentamente il caffé rimasto, piegando la tazzina, orientando il flusso verso il bordo, come si fa con le birre scure.

Il risultato è che l’animale che mi porto dentro è molto contento del risultato.

Se ho un secondo astante caffeinomane di compagnia, allora procedo in questo modo.

I cucchiaini di zucchero sono cinque.

La cremina la preparo nella prima tazzina.

Divido la prima crema nelle due tazzine, verso il mezzano nella prima e nella seconda, giro separatamente entrambe, verso poi il caffe a piccole dosi alternandomi tra una tazzina e l’altra.

Io poi bevo nella tazzina in cui ho preparato la prima crema (rimane zucchero sui bordi ed è antiestetico), mentre consacro l’altra religiosamente al condividente.

Poi attendo i complimenti, li ritengo importanti quanto la buona riuscita del caffè. Basta un sorriso, un cenno, un gesto d’anima.

Perché è un mutuo darsi, un dono, non è un semplice caffè: è amore infuso in piccole, calde, tazzine di pregiata o grezza porcellana.

Se sono solo, invece, che dire… l’amore è veramente reciproco.

E la vita, gli incubi, i sogni e le loro demarcazioni?

Iniziano lì, ovviamente,

giusto al primo sorso di mattina,

giusto al primo sorso di vita…






Di già?

Ops.. non volevo. Sono sta già catapultato a scrivere un primo commento. Non pensavo così presto.. tutto colpa di Meibi e M@ma. Dice "Dovresti aprire un blog..". Ok. Fatto. Ed ora?

Mah..

Che silenzio..

Guarda lì, come tutto nuovo..

E quella cosè? una barra di scorrimento, una scorribanda.. forte..

Va beh.. proviamo.

Io sono qui (anche qui).
Aspetto un po' che arrivi qualcuno, poi si vedrà..

Almeno M@ma, Meibi, Veronica e Ang, dovrebbero essere qui a momenti..

A proposito, meglio prendere un po' di birra, così da poterla posare.

A presto.

Tong!

(Cos'era?)
...
(Ah.. ho urtato il tasto PubblicaPost.. mannaggia e ora che succedera?)